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Past President

Il presidente

Anno 2003/04
Daniele Negri

... un uomo, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì.
Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.
Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque. Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone.
E così fece con il servo che aveva ricevuto due talenti.
Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo. Il padrone gli rispose: Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’ interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’ abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti.
dal Vangelo secondo Matteo, 25,14

Il Rotary non è una filosofia e neppure un’ ideologia, ma è certamente un credo. Da quando ne sono parte (sono già 10 anni!) mi ha sempre incuriosito la ricerca di radici e matrici del nostro operare, le sue strutture profonde e più antiche, che vanno ben oltre di quell’ importantissimo traguardo dei 100 anni appena tagliato.
Il primo incontro del Rotary col ‘900 e con la modernità avviene negli anni in cui è ancora avvertita in USA l’ eredità culturale europea attraverso i forti flussi migratori ottocenteschi dal nord Europa, tedeschi e scandinavi in particolare. Sopratutto per opera del luteranesimo e della sua variante calvinista, entrambi “di importazione” negli USA, è rivalutata l’ opera dell’ individuo nella sua dimensione di uomo capace di decidere liberamente per conquistare, con dignità, un posto nella società, lavorando sempre per la gloria di Dio, non spendendo il profitto per poterlo reimpiegare ulteriormente in chiave capitalistica. Il primato dell’ individuo e la sua priorità sull’ istituzione erano stati, ai tempi di Lutero, uno dei punti di più aspra contesa col papato, e le conseguenze sociali e politiche sui popoli riformati si erano fatte presto sentire. “Fare il bene”, nell’ ottica calvinista, altro non può significare che “fare bene il proprio dovere”, deciso a priori da Dio, e in particolare il proprio “dovere professionale”.
In fondo la predestinazione è un concetto religioso che vuole riflettere una situazione sociale basata sull’ antagonismo di classe e sull’ individualismo. E infatti la differenza sostanziale tra provvidenza e predestinazione sta in questo, che mentre per la prima il male, in ultima istanza, viene reintegrato positivamente nel bene, per la seconda invece il male è irrecuperabile. Il cristianesimo calvinista doveva assolutamente tenere separati il bene dal male, se voleva dimostrare il proprio ottimismo. Non dimentichiamo che un secolo esatto prima della nascita a Chicago del Rotary, il presidente americano Thomas Jefferson aveva fatto proprio il concetto di primato e libertà dell’ individuo di matrice protestante, tanto da modellare il suo governo sul concetto di non ingerenza dello stato in tutta una serie di ambiti che erano lasciati alla piena autonomia del singolo cittadino. Nell’ America degli anni Dieci, dell’ espansione a Ovest, del pionierismo e dello sradicamento sociale, della proiezione nel futuro e del mito del self-made man, questa linea di pensiero, unito ad altri modelli culturali continentali dall’ illuminismo laico e rivoluzionario, al positivismo ancora evoluzionista (il cosidetto darwinismo sociale) si ibrideranno coi frutti culturali più autoctoni dei nascenti States e della Nuova America, il pragmatismo attivista e ottimista di James e Dewey, con la risolutiva importanza data al rapporto fra conoscenza teorica e pratica attuazione, fra verità e utilità. Qui il nuovissimo Rotary potrà porre fra i punti focali e fondanti del suo operare, l’ esperienza (non quella passata, ma quella proiettata al futuro) quale fonte di conoscenza, trasformazione e evoluzione, coniugandola col senso di umanità che sposa l’ utile al socialmente utile, la libertà con la responsabilità, l’ etica pubblica e privata con l’ ordine, il senso di appartenenza, magari elitaria, alla comunità con l’ ideale di “missione” da svolgere e col servizio ai più deboli, senza vincolo di razza, nazione, religione o idea politica.
La mitteleuropa cristiana della Riforma luterana e calvinista del XVI secolo con le importanti ibridazioni sette-ottocentesche non è però l’ unica matrice dell’ idea rotariana. Risalendo molto più indietro se ne trovano altri segni nei testi fondanti dell’ universo ideologico dell’ Europa postclassica, nei Vangeli.
Parto, per riflettere, da una delle parabole di Gesù, quella detta dei Talenti, uno dei racconti di Cristo ai suoi discepoli fra i più enigmatici, da sempre oggetto di studio, di meditazione e di approfondimento, riportata con diverse varianti in tutti e tre i Vangeli sinottici – Luca 19,12-27, Marco 13,34 e Matteo – la più completa, che cito in apertura.
Per me questa è una parabola attualissima. Una bella parabola, molto forte, magari ostica e, di primo acchito, contraddittoria, che spiazza i cultori del (presunto) buonismo a tutto tondo del messaggio cristiano. Vetero-capitalista, verrebbe da dire. Il tono è effettivamente molto duro e in alcuni punti sconcertante ma le fonti spessissimo ci raccontano di un Gesù dai toni bruschi e sbrigativi – forse era il linguaggio normale all’ epoca – che anche quando deve dire cose lievi non è mai prolisso, non si abbandona ad effusioni e lungaggini ma è molto sintetico e incisivo. Qui si parla di beni e di servi, di capacità individuali e di denari, di banchieri e interessi, di premi e condanne senza appello, di dare a chi ha già e di togliere a chi ha poco o nulla, se non se lo merita! Non vediamo carità o comprensione in questa parabola, ma dialettica stringente e uno spirito che oggi non ci stupirebbe in un ambito di selezione aziendale di risorse umane... Ammettiamo pure che “l’ avere” si possa riferire alla sfera spirituale, e che quindi siamo di fronte a una metafora: però quel tono sprezzante e definitivo, che lezione di vita e che ammonimento senza tempo ci mette davanti!
Il padrone – peraltro spregiudicatissimo, che miete e raccoglie dove non semina – non pretende da tutti lo stesso risultato, non giudica dalla quantità dei talenti guadagnati ma dal coraggio e dall’ impegno che sono stati messi per moltiplicarli. Da una parte valuta, premia e accoglie in cielo chi ha fatto fruttare i talenti affidatigli dal suo signore, dall’ altra condanna. Credo che il nostro padrone punisca il terzo servo per la sua passività e ignavia, perchè si è accontentato (anche un po’ scioccamente visto che sapeva che padrone aveva) e appunto perché “non ha fatto” ovvero non ha cercato di far fruttare il talento che aveva ricevuto. In quest’ ottica interpretativa, come non pensare ad altre correnti del pensiero antico, come la gnosi. Secondo la dottrina gnostica, che segna, con la componenete giudaica, il messaggio evengelico, i tre servi sarebbero i tre gradini sulla via della conoscenza: l’ uomo pneumatico (spirituale e predestinato alla salvezza), l’ uomo psichico (dotato di anima razionale e di libero arbitrio fra bene e male) e l’ uomo ilico (materiale), che seppellisce il proprio talento, non ritenendosi in grado di “farlo fiorire” o rimandando la sua ricerca a momenti successivi, lo lascia nascosto al buio. Neanche questa una novità: prima di Gesù, nella Grecia classica, Aristotele aveva affermato che chiunque, compresi i ciabattini, avrebbe potuto governare la polis, la città. A patto però che fosse l’ àristos, il migliore dei suoi simili, come valore e virtù personali. Anche un ciabattino, quindi, a patto che, nel suo agire, fosse il miglior ciabattino di Atene...
Pensiero classico e messaggio cristiano originale, che sono la nostra radice profondissima, sono ancora confermati: la vita, secondo il Vangelo, è concepita come dono che deve a sua volta essere donato, speso per gli altri. E ciò che riceviamo da Dio (o dalla natura), i nostri specifici “talenti”, deve essere investito, rischiato, incrementato. Non tenuto stretto o sotterrato. Molta gente, forse anche fraintendendone il senso, crede di realizzarsi facendo fruttare i soli talenti materiali invece di far fruttare quelli spirituali e, insieme, donandosi all’ altro da se.
Fare per l’ altro è fare per se stesso. La lezione di Paul Harris e del Rotary sta tutta in questa interiorizzazione e in questo agire etico che, quando compiutamente attuati col “servizio”, non solo realizzano l’ utile del singolo attraverso il bene fatto agli altri ma fanno addirittura guadagnare di più (in senso più lato): he profits most who serves best, poi affiancato dal motto definitivo service above self, ovvero il servire al di sopra di ogni interesse personale. E proprio questa forza interiore che nasce dalla compresenza di eccellenza professionale, etica applicata al proprio lavoro e spirito di servizio incondizionato (in altre parole, virtù personale più valore civile) sembra venire a mancare oggi a molti uomini ... e purtroppo se ne vedono le conseguenze.

 

 

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